Uomo del mio tempo
Maggio 2011 “Uomo del mio tempo”

Nel mese di maggio 2011, in contemporanea e all’interno della rassegna “Monumenti Aperti 2011“ della città di Quartu Sant’Elena, l’attività espositiva del centro museale d’arte “QuARTissimo” prosegue con la mostra d’arte intitolata “Uomo del mio tempo”

artisti partecipanti: Alin Sandu, Anna Marchi, Dionigi Losengo, Emanuele Gentile, Franco Secci, Giorgia Loi, Maria Jole Serreli, Rossana Corti, Sandro Alessandro Giordano, Simona Cotza, Tonino Mattu, Tullio Marras.

 

Testo di presentazione:

“Uomo del mio tempo”: ballata dell’umana fragilità.

………………………

L’urlo travolse il sole

l’aria divenne stretta

cristalli di parole

l’ultima bestemmia detta.

Prima che fosse finita

ricordammo a chi vive ancora

che il prezzo fu la vita

per il male fatto in un’ ora.

Poi scivolammo nel gelo

…………………………

Fabrizio De Andrè

(Tutti morimmo a stento)

 

È un simposio d’arte quello che si tiene a “QuARTissimo”. Gli artisti del cenacolo si incontrano e si confrontano in una vera atmosfera da officina in cui da un proliferare di idee nascono opere pittoriche e spunti di riflessione nella ricerca stimolante di supporti che fertilizzano la campagna della mente che raccoglie frutti polposi da regalare ad una umanità ridotta al freddo polare di un anno zero.

Dalla poesia all’immagine, Salvatore Quasimodo presta la sua parola che si fonde nelle opere pittoriche di dodici artisti in un incontro che denuncia il nostro tempo attraversato da ogni miseria, dove non ci si incontra mai.

La poesia e la pittura invece convergono, l’immagine ricerca affinità espressive e la cifra pittorica tende sempre l’orecchio e il cuore a quell’uomo che è ancora quello “della pietra e della fionda” scolpito negli incisivi versi del poeta del “900.

Bisogno di senso? Urgenza di spiegazioni? Tutto.

Tutto spinge questi sensibili e vigili artisti verso un’attenta attività euristica, laboratoriale che li porta a decifrare la dimensione umana.

In Rossana Corti, nota per le sue short storyes, sintesi malinconiche di percorsi di vita andata via, è l’immediatezza del tratto -nervoso, marcato, incisorio- che fa respirare dramma alla rappresentazione di una società formato famiglia che a metà tragitto si riduce a singolo individuo nella solitudine della morte che, come le più belle figure femminili di Doris Lessing, si adagia negli anfratti della natura rocciosa per scomparire in una caverna di filosofica memoria, dominio di una luce intensa che dall’esterno introietta una gigantesca ombra… vestigia di un’umanità che fu, golem di un’umanità estinta, estenuata da perenni glaciazioni, dal succedersi di inondazioni, dall’avvicendarsi di desertificazioni.

In Franco Secci è il coraggioso rosso laccato, lucido snervante e conturbante, che ripropone un brutale cromatismo materico da pellicola horror in cui si viene fatti annegare in liquidi sanguinolenti. Rosso-sangue-ruggine, liquido di contrasto che vuole radiografare l’acido delle miserie e degli orrori che hanno accorciato l’esistenza per rendere sempre più semplice e blasfema l’equazione: vita e morte uguale tragedia.

È un uomo strafatto di orrori ed effetti altro che speciali! che si aggira robotizzato ( a beffa del titolo “Io libero”) con la scimmia nella schiena di millenni e millenni di crak in bagni di sangue, sodomizzato-sodomizzante, vampiro vampirizzato-vampirizzante in un mondo in bilico tra pseudo scienza e orrida fantascienza.

In Simona Cotza le immagini fotografiche sono testimonianza concreta del momento, dell’attimo. È il tempo di ognuno di noi che vede se stesso nella realtà dell’altro, nella dimensione, nei ritmi della quotidianità. Gli scatti frettolosi imprigionano e catturano minime porzioni di esistenza.

In Tonino Mattu a parlare è il suo simulacro di uomo privo del minimo slancio fatico; primitivo, scimmiesco, alienato e “suicidato della società” a cui viene tolta ogni possibilità di pensiero e prassi. È esistito, ora non può più. L’uomo di T. Mattu, omaggiando le figure nere di Goya, vuole essere un avatar di quel “fu uomo” nell’impossibilità di esistere ad altra nuova vita. Si assiste ad un’antropologia finita che all’infinito si ripensa e l’animale uomo si rivisita in una sorta di viaggio entropico verso l’immane tentativo di prendere distanza dalla breve, brutale esistenza.

In Sandro Giordano l’essenzialità della cifra contenutistica coincide con un estremismo linguistico in cui, in opere iperprogettate, si fanno attraversare echi di un sommesso vociare tra “sussurri e grida” di uomini morti, fantasmi in una scacchiera-campo di battaglia-deserta, dominio di una morte che ha campeggiato padrona indiscussa fino ad ottenere quel desolante, terrificante, inesorabile “settimo sigillo” di bergsoniana memoria. In un’atmosfera che da Bergman tocca Beckett e le più splendide voci del panorama novecentesco ci sembra di udire il compenetrarsi di fonie di schietta matrice teatrale dove anche ogni minimo respiro viene affidato ad un fuori scena, ascritto in un desolato ob-sceno nero e buio che assorbe e attutisce orrori nefandi.

In Giorgia Loi l’attenzione si rivolge ad una corporeità invadente e dilagante in cui confluiscono gli appetiti.  Prorompono zone corporee in cui si concentrano e si incontrano istinti di ogni genere e il cibo diventa metafora onnicomprensiva, tributo da offrire da parte di un corpo che si concede monco, parziale, acefalo. Un corpo a metà che galleggia nel nulla, decontestualizzato da qualsiasi dimensione spaziale. Un corpo a fette che diventa una visione estremamente tesa e concentrata a scatenare una vorace e fobica libido per appagare una fisicità fatta solo di sesso da ipermercato e iperconsumabile solo dalla pancia in giù. Una gigantesca pantomima della pop-art in un dilatarsi surreale, alle soglie di un onirismo da “Mille e una notte” e una visionarietà divertita e canzonatoria che, tralasciando i canoni di decenza, pudicizia o armonia classica sia formale che contenutistica o tematica o, di più, gli ideali antichi di misura e proporzione si proietta verso la dilatazione abnorme dell’immagine che inghiotte la nera tela, abisso dal quale prorompe per assalire lo sparuto, piccino spettatore, lillipuziano avido estenuato da continui richiami goderecci.

In Anna Marchi è la perizia nella ricerca della trasparenza a rivelare echi di poesia e raffinata pittura. Gli effetti generati dalla trasparenza con l’uso dell’acquarello su supporti cartacei pregiati ci presentano due opere che introducono un opera tridimensionale fruibile su entrambi i lati. Tutta l’intera opera prende avvio dall’archetipo del puer (tema caro all’artista) che in quest’opera sembra essere incarnato e trasfuso in tutta l’umanità sia in negativo che in positivo.

Come istanza inconscia in quello che gli antichi consideravano l’essere creatore e distruttore, vivendo all’interno del cosmo. Essere supremo, entità mai nata e mai morta che continuamente si rigenera in un incessante processo di nascita e morte. Eros e Thanatos coincidono e convergono in un atmosfera ludica, circense che fa scaturire volute ed evoluzioni della linea e del tratto, morbido e fasciante avvolto in sfumature evanescenti in cui si filtrano e compenetrano luci ed ombre. È un procedere per antitesi ed opposti in un continuo dialogo tra ambivalenze e anfibologie come esige il miglior uso delle metafore di cui pullula la cifra pittorica dell’artista.

In Emanuele Gentile l’uomo si fa “homo digitalis”. In un processo che si avvale della pittura digitale attraverso tre passaggi, l’ultimo dei quali definitivo. L’uomo del mio tempo è per E. Gentile l’uomo digitale che si origina in un embrione-immagine sfocata il cui esito è il soggetto-uomo in una rappresentazione elaborata che ci fa arrivare (non senza sforzi mentali molto coinvolgenti e impegnativi sul piano emotivo) verso una dimensione che, prepotentemente, non è più né avveniristica, né futuribile o utopistica resa anche più “possibile” e vera dal “battesimo” cui la sottopone Rossana Corti. Performance che ha visto quest’ultima rievocare e omaggiare quel momento del 1997 in cui M. Rotella fece da padrino all’opera di G. Paolini. Rossana Corti ha voluto essere la madrina di una creatura che nasce e vuole rappresentarsi: pensiero, astrazione, macchina virtuale e che, secondo le modalità del suo intervento creativo, tende lentamente a riprendersi una natura originaria, primigenia, fitomorfa, in un contatto rigenerante tra uomo e natura quasi cosmico. La pittura digitale di E. Gentile che sulle prime emana algidità sconcertante si fascia di codici contenutistici partendo dal paradosso per affermare quelle prerogative umane -pensiero e atto- che avrebbero dovuto sempre connotare l’itinerario dell’uomo sulla terra e la sua essenza. L’uomo ologramma, cibernetico, continua a voler essere de imperio, uomo, pensiero, idea anche dominato dalla tecne che segna la sua estrema evoluzione.

In Tullio Marras le immagini fotografiche vedono tre personaggi prigionieri di un’identità. Luci ed ombre marcano drammaticamente e metaforicamente contrasti e fratture, ostacoli inevitabili nella vita. Sono uomini protagonisti di tre grandi fasi dell’esistenza: la giovinezza, la maturità, la vecchiaia. Il primo ripreso nell’atto di “scavalcare” pronto a oltrepassare quella “linea d’ombra” che lo porterà dall’adolescenza all’età adulta. Il secondo teso a non rivelare tutto se stesso per paura di scoprirsi nella sua “nudità”, il terzo, conscio della vanità del vivere, dialoga muto con la sua immagine, totalmente in ombra… un alter ego ormai latitante, assente, un “io demente”. Sono scatti che, lenti, ritraggono tentativi di vita o sopravvivenza.

In Maria Jole Serreli ciò che dà corpo e sostanza al suo trittico pittorico è l’uso dei colori esacerbati ai limiti del “fastidioso”, acidi, tinte che disincantano e diventano cifra espressiva che dà voce alla rabbia dell’artista nel considerare quanto sia in bilico la vita che una volta espressasi è destinata ad insanguinare tutto. Uomo e natura violenti e violentati hanno segnato la loro fine e caduta nell’estremo atto di una morte insanguinata. La parola è data al colore nel trittico, al silenzio, invece, nell’installazione che demanda ad una sedia “ingessata” il carico di una solitudine feconda, vitale! Nonostante il crollo dei sacrosanti cosiddetti “valori” e la ineluttabile “morte di Dio” la sedia tende un filo invisibile ad una dimensione post umana che, di converso, la pittura nega categoricamente.

In Dionigi Losengo la linea è grande metafora che genera immagine e contenuto. Linea che vuole attutire e affogare, col silenzio del pensiero, immersa nel poetico silenzio del blu degli abissi, il fragore del mondo esterno popolato da disordine e dispersione, nella ricerca di equilibrio tra uomo e natura. La geometria nel gioco misurato di linee orizzontali, verticali, oblique sottolinea alternanze di equilibri e disequilibri in una costante ricerca di armonia e razionalità nel proposito di trarre una “ragione” plausibile dove esiste la mancanza e ciò che c’è rimane imprigionato in una natura che non si fida più a dare tutto di sé.

In Alin Sandu il difficile tema proposto defluisce focalizzandosi su tre temi: l’amicizia, il sacrificio estremo, l’amore simboleggiato dalla carta da gioco che incrocia destini. Le immagini trattate con un delicato ma preciso e nitido acquarello che vuole smorzare i toni, rivelano un’intimità segreta: non esistono i tratti del volto umano, le presenze sono enigmi in cui ognuno vede chi vuole. Diceva Lacan che “i giovani sanno perdersi come nessun altro” A. Sandu si perde nella fantasia di una pittura delicata e deliziosa. Sono acquarelli variegati di spunti metaforici criptati da una veste e da un tratto tendente al disegno manga intrigante, giocoso e provocatorio nello stesso tempo.

 
 
 
 
Caterina Spiga

 


 
 
 
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